Intervista al Dottor Marco Loberti –

Neurofisiologo, Neuralterapista, Omotossicologo

Ho conosciuto il dottor Marco Loberti perché mi è stato segnalato da una collega Insegnante Feldenkrais. Cercavo una persona che si occupasse di terapia antalgica e che magari conoscesse anche il Metodo Feldenkrais.

Da sempre mi interesso di dolore cronico, è la problematica che riscontro più spesso con le persone che mi chiedono aiuto, anche perché,  interessata per l’emicrania di cui soffro da quando avevo 12 anni, è un tema per me di totale interesse.

Io credo che il corpo, messo nelle condizioni di poterlo fare, punta sempre alla sua auto-guarigione. Cervello e Corpo sono le due facce della medaglia, anche se ancora oggi, spesso,  consideriamo il corpo una mera appendice del cervello. Ma questa visione non è, a mio avviso corretta. 

Il cervello invia segnali al corpo ma anche il corpo invia segnali al cervello e questo dialogo è continuo.

 Il nostro corpo è “abitato” da neuroni, che non si trovano solo nel cervello e anche il nostro apparato digerente è innervato da circa cento milioni di neuroni.

La medicina moderna con le sue terapie, a volte svolge una “battaglia” contro la malattia. In questo contesto il corpo del paziente diventa una sorta di “campo di battaglia”. E spesso il paziente assiste passivamente a questo conflitto senza riuscire a capire in che modo e se può collaborare alla propria salute.

Oggi si tende ad avere un approccio più olistico e anche molti medici sono consapevoli che per curare una persona sia necessario tener conto della sua mente, del suo cervello e del suo corpo. In pratica tutta la storia di quella persona diventa unica ed interessante.

Ippocrate, il padre della medicina, affermava che medico e paziente dovessero operare insieme nel rispetto della natura per permettere al corpo di attivare spontaneamente le proprie capacità terapeutiche.

Mi piace molto il termine inglese Heal che significa “guarire” ma che tradotto dall’inglese antico Haelen, non significa solo cura ma anche “rendere intero” che forse è un po’ diverso dal concetto moderno con cui tutto viene frazionato in piccole parti, spesso senza considerare che dietro queste singole parti si nasconde una persona intera.

Sotto questa premessa nasce l’incontro fra me e il dottor Loberti.

Fisso un primo appuntamento e gli espongo il mio problema: Mi sento ascoltata, accolta e pure capita e decido di iniziare un ciclo di trattamenti per  lavorare sul MIO dolore cronico, trovando grande giovamento. Alla fine decido anche di intervistarlo per far conoscere chi è e cosa fa. Buona lettura!

Intervista fra me e il Dottor Marco Loberti:

Da dove è nato il desiderio di fare il medico? Ha radici nell’infanzia o si è sviluppato dopo, magari in seguito a un evento particolare?

-No no, eventi particolari no. Diciamo che è una cosa che è nata lentamente dopo l’adolescenza. Anzi direi che è nata quasi per caso: quando è stato il momento di iscrivermi all’università, mi ricordo che andai prima a fare la fila alla segreteria di economia e commercio. Mentre stavo lì, letteralmente in fila, parlando con un mio amico, ci venne l’idea di iscriverci invece a medicina (in quel periodo non si usavano i test per entrare nel corso di laurea, si andava semplicemente in segreteria e ci si iscriveva, in più non c’era propedeuticità con gli studi superiori, pertanto si poteva scegliere liberamente in quale facoltà iscriversi ).

Da lì è nata la curiosità di frequentare le lezioni, e mi ricordo che iniziai a frequentare le lezioni di anatomia. Da quel fatidico momento non ho mai avuto dubbi: io volevo fare il medico. Quindi è stato un po’ casuale, non è stata una decisione presa precedentemente.

..E quindi non c’è un medico in famiglia.. una sorta di capostipite”!

-No no, nessun medico. Tra l’altro mi ricordo che all’epoca, l’iscrizione all’università la volevo fare per avere il rinvio del servizio militare che a quei tempi era obbligatorio. Io non lo volevo fare e andai ad iscrivermi solo ed esclusivamente per questo motivo. Poi però la curiosità fu talmente forte che incominciai a frequentare, e da lì poi si è sviluppato tutto l’interesse, la curiosità e la passione per il lavoro che faccio. Mi ricordo anche chi era il compagno con cui stavo facendo la fila. Non lo vedo più oggi però !….. nel corso degli anni ognuno ha preso la sua strada. Alla fine lui non ha fatto il medico, ma è entrato in polizia.

E come mai hai scelto neurologia?

Anche qui c’è stato il caso che mi ha portato a un bivio per cui ad un certo punto ho dovuto prendere una decisione. Io in effetti volevo fare l’endocrinologo, non il neurologo. Nel periodo in cui frequentavo già il reparto di endocrinologia del prof. Andreani, quindi stavo in seconda clinica medica all’università, conobbi attraverso un altro mio amico, un neurologo che utilizzava tecniche molto interessanti che sono le tecniche infiltrative che utilizzo anche oggi. Io ancora non stavo facendo il tirocinio, stavo facendo il quarto, quinto anno di medicina. Frequentai questo ambulatorio e mi interessò particolarmente ciò che applicava questo medico, io non sapevo proprio di cosa si trattasse.

In poche parole anche in questo caso fui incuriosito e quindi approfondii questa conoscenza sia con il medico che con le sue tecniche di lavoro. 

Ad un certo punto lui mi fece capire che se a me davvero interessava imparare quella disciplina, forse non era il caso che facessi l’endocrinologo, ma era più opportuno fare neurologia. Quindi insieme a lui decisi di smettere di seguire il reparto di endocrinologia e iniziai a frequentare quello di neurologia. Da lì poi ho imparato le tecniche di questo medico che è stato il mio mentore, lui mi ha insegnato penso il 90% di ciò che faccio.

Ancora esercita, e fa più o meno quello che faccio io, con delle piccole differenze, ma insomma la disciplina e il lavoro sono gli stessi. Quindi anche questo fu per caso. Più precisamente io iniziai a frequentare il suo ambulatorio perché mi interessava, non solo quello che faceva lui ma i risultati che aveva sui pazienti. Il metodo forse era un pò invasivo ma i risultati ottenuti buoni nella maggioranza dei casi.

Questa sorta di relazione tra lui e i pazienti mi rese molto curioso.

L’altro evento che ci fu mentre frequentavo l’ambulatorio, era che in quel periodo soffrivo molto di infiammazione delle vie aeree superiori che non riuscivo a risolvere con metodi convenzionali. E così, poichè frequentavo l’ambulatorio, lui mi propose di fare qualche trattamento di neuralterapia e nell’arco di poche settimane guarii da questa faringite cronica. Questo fu l’evento scatenante che mi convinse definitivamente che io volevo e potevo prendere quella specializzazione.

Allora ti faccio una domanda più nel dettaglio su questo argomento.

Io ti ho conosciuto per la terapia antalgica: la puoi spiegare un po’ meglio. Come si articola e a chi si indirizza

Dunque, intanto non è esagerato dire che si può rivolgere a diverse categorie di pazienti che possono presentare patologie cliniche differenti.

In poche parole è una terapia poliedrica che si presta a risolvere quadri molto diversi tra di loro proprio perché si basa su dei principi fisiologici e fisiopatologici differenti che permettono di avere risultati in situazioni cliniche diverse.

I pazienti presentano spesso tipologie sintomatiche molto diverse.

La terapia che pratico è definita antalgica per comodità: in realtà si tratta di una terapia di regolazione, cioè è una terapia che ha la possibilità di ripristinare la regolarità funzionale di alcuni sistemi che non svolgono più la loro funzione in modo appropriato.

Questi sistemi hanno la capacità di regolare e normalizzare le funzioni automatiche che avvengono all’interno del nostro corpo spontaneamente senza che noi ce ne accorgiamo.

E sono prevalentemente 4:

Tutti questi 4 sistemi sono strettamente integrati fra di loro, funzionano dipendentemente l’uno dall’altro, non possono assolutamente funzionare separati e si autoregolano fra loro: ognuno da informazioni all’altro per regolare le proprie attività e i propri gradi di funzione.

In questo modo il loro lavoro è talmente integrato, sovrapposto e organizzato che riescono contemporaneamente a tenere tutto sotto controllo dal punto di vista della funzione metabolica, infiammatoria e altro. Tutte attività che il nostro corpo svolge 24h/24h e di cui non ci accorgiamo minimamente.

Quindi quando questi sistemi subiscono degli stimoli tali per cui entrano in una condizione di disturbo e non riescono più a svolgere regolarmente le loro attività, cominciano a manifestare delle disfunzioni.

Queste disfunzioni si possono evidenziare in diverse forme, che vanno dalle semplici disfunzioni regolatorie a casi più o meno conclamati di malattia.

La terapia di regolazione che applico cerca di ripristinare questa normalità regolatoria in questi sistemi, attraverso la somministrazione di farmaci su punti ben precisi che noi dobbiamo cercare (e questo è compito del medico).

Occorre localizzare quali sono i punti di infiltrazione dove determinati farmaci possono favorire la normalizzazione regolatoria di questi quattro sistemi, e quindi riportare a una normale funzionalità il sistema neurovegetativo, immunitario, endocrino e connettivale. Sembra una cosa complicata ma una volta che si entra nel meccanismo diventa una cosa abbastanza semplice (per un medico ovviamente)

Diciamo che in modo molto basico stimola un processo di autoguarigione del corpo, di autorigenerazione.

Certo, auto fino a un certo punto: c’è comunque bisogno dell’intervento del farmaco. Noi diamo degli stimoli che permetteranno all’organismo di ripristinare da solo certe funzioni. ……..

Ulteriore domanda più specifica ancora, in caso di tumore, potrebbe essere di aiuto questa terapia o a volte anche innestare dei processi di guarigione?

Io direi che è importante riconoscere che come tutti gli interventi medici, non possiamo avere sempre la pretesa di risolvere tutto. In poche parole: ogni tipo di terapia ha i suoi limiti, e anche questa ha i suoi limiti. Per esempio io personalmente nell’ambito delle neoplasie, oltre ad aiutare il paziente con la disintossicazione, non riesco mai ad avere altri risultati. Quindi non ho la possibilità, a meno che non si tratti di forme neoplastiche non aggressive, di ripristinare la normalità.

Nell’ambito delle neoplasie ci sono dei grossi limiti anche da parte di questa terapia, forse sulla sintomatologia dolorosa si possono ottenere dei risultati, ma non esattamente sul danno neoplastico.

Nella mia esperienza professionale noto che le persone spesso lamentano molto dolore, anche in giovane età (dopo i 20 anni). E’ una cosa che hai notato peggiorare nel tempo, o secondo te è sempre stata presente ma solo citata di meno?

Allora, è importante capire una cosa: quando c’è un dolore c’è sempre uno stato infiammatorio. Il dolore è un campanello d’allarme, è un sintomo, non la causa, è un indice di sofferenza dell’organismo, che può essere determinata da tanti fattori e che comunque indica lo stato di sofferenza di una porzione corporea, che può essere più o meno estesa, che può interessare pochi o molti tessuti, compreso un apparato, un organo.

Quindi il dolore in  sé è un elemento indicativo ma il dolore è provocato sempre dalla produzione di sostanze che vengono attivate e liberate dallo stato infiammatorio, se non c’è infiammazione non c’è dolore. Questo è un punto di partenza fondamentale, perché ci permette di capire quanto noi siamo più o meno infiammati.

E’ ovvio che nasco sano e mi ammalo durante il corso della vita. Perché avviene questo? Perché incontro una serie di elementi che in qualche modo assorbo e che mi possono aumentare, diminuire o lasciare uguale il livello di infiammazione. Che vuol dire questo? Che se io faccio una vita discretamente sana avrò una probabilità di aumentare il mio stato di infiammazione molto bassa, ma se io seguo una vita che non tiene sotto controllo determinati fattori pro-infiammatori, io avrò la possibilità di aumentare il mio grado di infiammazione.

Se io seguo questo ragionamento è ovvio pensare che se faccio una vita non tanto misurata e controllata, in una condizione, direi, di vita moderna, quindi che appartiene a uno stile, come quello che ci viene proposto dalla società attuale, sicuramente andrò incontro a un grado infiammatorio molto alto.

Perché non starò attento a ciò che mangio, a ciò che faccio: come per esempio rispettare i ritmi circadiani, i ritmi vitali e così via, andrò maggiormente incontro al rischio di aumentare il mio grado infiammatorio.

Se io invece sono molto attento e non seguo quello che mi offre la vita moderna (per moderno intendo il fatto di mangiare ciò che trovo nel supermercato, cibi confezionati, ricchi di carboidrati, grassi e zuccheri –  elementi di base non sempre controllati e non sempre sani) sicuramente accumulerò nel tempo delle tossine che mi porteranno ad essere più infiammato, e quindi anche ad avere una maggiore suscettibilità a sviluppare determinate patologie, che possono interessare più un organo rispetto a un altro, e questo sicuramente ha a che fare con la mia costituzione.

Cioè il mio corpo può avere più debole un organo o un apparato rispetto a un altro, quindi ammalarmi più facilmente di una patologia rispetto a un altro soggetto che si può ammalare più facilmente di un’altra patologia.

Quindi sicuramente il dolore ha a che fare con lo stile di vita, perché è il risultato di uno stato infiammatorio, e l’infiammazione in qualche modo siamo noi che la creiamo, con certe modalità di vita.

Tu mi chiedevi se noto un aumento o una diminuzione dell’infiammazione.

Sicuramente io noto un aumento dello stato infiammatorio. Non solo un aumento in termini di frequenza nella popolazione di soggetti che io incontro, ma noto un aumento anche rispetto all’età, nel senso che si infiammano e diventano più sofferenti soggetti sempre più giovani. Proprio per questi motivi: perché è lo stile di vita, è l’ambiente in cui viviamo che favoriscono l’aumento dello stato infiammatorio, e quindi noi diventiamo sempre più facilmente infiammati, e di conseguenza sviluppiamo sintomatologie come quella dolorosa.

Oggi si tende ad avere una visione più integrale della persona e quindi tenere in considerazione tutto quello che riguarda quella persona, la sua vita in generale e quindi ad avere bisogno di un approccio sulla persona più olistico e non solo legato alla disfunzione di un organo e di una parte del corpo, poiché non siamo macchine!! Per fortuna, direi!

Non posso che essere pienamente favorevole a questo tipo di approccio alla persona quindi dell’uomo in senso fisico, ma anche morale, psichico ed emotivo. Tanto è vero che il mio lavoro si basa molto sulle conoscenze PNEI: psiconeuroendocrinoimmunologia.

Qualunque dolore o fastidio risente tantissimo della nostra sfera psico-emotiva. Quindi molte situazioni anche di tipo infiammatorio come ho descritto prima, possono essere in qualche modo innescate e in alcuni casi sostenute da determinati elementi psico-emotivi che noi abbiamo attivato e manteniamo attivi per periodi molto lunghi.

Posso fare l’esempio più banale in assoluto: una condizione di stress psico-emotivo innesca la produzione di una sostanza che si chiama cortisolo, il quale, se persiste nel nostro organismo in quantità notevoli, andrà sicuramente nel corso del tempo a disturbare l’attività di altre funzioni, che lentamente, se continuano a essere stimolate con questa modalità, entreranno in una condizione di sofferenza e di malattia.

Quindi quello che inizia come uno stress psico-emotivo, lentamente si trasformerà in quella che noi chiamiamo condizione psico-organica, e poi questa, se non corretta, diventerà un elemento di disturbo tale da causare la malattia del nostro organismo, quindi un apparato o un organo sarà sicuramente coinvolto da questo disturbo.

Quindi sicuramente l’aspetto psico-emotivo è importante, tant’è vero che nonostante io mi occupi di terapia antalgica, quasi sempre vado a finire a curare il paziente anche dal punto di vista del suo umore, del suo corretto ritmo sonno-veglia, perché deve avere quella condizione psichica più normale e regolare possibile.

Infatti avevo in programma di farti anche questa domanda alla quale hai già risposto. In effetti  a volte ci sono dei casi che portano le persone a stare male per lunghissimo tempo.

Per esempio la perdita del lavoro, un lutto, questa società molto stressante, caotica. Stare tre ore in macchina nel traffico tutti i giorni. Alcune cose sono eliminabili, altre un po’ meno. IL CELLULARE! Perennemente acceso! E tante ore non solo al PC per lavoro ma anche sui Social:  Facebook, Instagram e cosi via e non per motivi di lavoro ma per divertimento!!

Le onde elettromagnetiche che vengono trasmesse dal cellulare  sono letteralmente pericolose, anche se chiunque lavori nel campo della telefonia dice che non è vero, ti assicuro che da un punto di vista neurologico la presenza delle onde elettromagnetiche è dannosa per l’organismo.

Aldilà di questo c’è tutta la ritualità intorno all’uso del cellulare, del computer, e tutto questo livello di informazione che non ci abbandona mai. Noi siamo 24h/24h in qualche modo collegati con una società che non vediamo e che quasi non ci appartiene ma è lì presente e ci influenza al punto da condizionare il nostro tempo anche personale. Sarebbe davvero utile ridurre questi tempi di esposizione ai Media.

Hai perfettamente ragione senza andare lontano prendiamo ad esempio l’uso di whatsapp. Mentre prima se una persona ti doveva telefonare alla sera, magari ci ripensava perché non era urgente adesso è un attimo: si manda un messaggio e se tu sei sveglio lo vedi ed entri già in risonanza con il problema della persona anche se tu sei in un momento tuo e stai pensando ad altro.

Inoltre sui Social spesso tutte le persone sembrano felici e piene di progetti ma non è cosi perché se fossero cosi oberate di lavoro, non avrebbero questo tempo per chattare. Sai quante persone mi dicono che si sentono sole .. o che hanno rapporti poco gratificanti.. tante..

Da un punto di vista fisiologico con queste “intromissioni” saltano tutti i nostri ritmi circadiani. Noi, in condizioni naturali, quindi di un uomo che vive immerso nella natura e non in una città caotica, regolarmente produciamo sostanze, che siano neurotrasmettitori, citochine, ormoni o endorfine o altro, questa produzione si modifica spontaneamente nell’arco delle 24 ore.

Noi non produciamo le stesse sostanze dalle ore 7 alle ore 24 ma produciamo sostanze diverse a seconda degli orari, perché dobbiamo svolgere attività diverse a seconda del ciclo del giorno e della notte.

Questo vuol dire che se io mi sveglio la mattina ho bisogno di uno stimolo diverso rispetto a quello che ottengo all’ora di pranzo. Al mattino devo preparami ad essere attivo, mentre dopo pranzo dovrei potermi rilassare un po’, diverso ancora la sera perché ho bisogno di avviarmi al momento del sonno.

Quindi regolarmente, in condizioni naturali, noi produciamo qualità e quantità diverse di sostanze nell’arco delle 24 ore. Tutto questo è ben conosciuto e ben studiato, sia da un punto di vista immunitario, endocrino, neurologico, quindi noi sappiamo esattamente che funziona così, ma la nostra società ci impedisce di rispettare questi ritmi.

Al contrario ci impone di avere una sorta di controllo attivo e frenetico in continuazione. Questo da un punto di vista organico non ce lo possiamo permettere, l’organismo prima o poi ci abbandona, troverà la sua soluzione per farci capire che dobbiamo rallentare, che dobbiamo ripristinare queste regolarità funzionali.

Io ti conosco come una persona molto empatica, come uno dei medici che partecipa anche alla vita del paziente. Come fai ad utilizzare l’empatia, quindi stabilire dei rapporti personali, ma senza poi esserne travolto. Le persone che ti chiedono aiuto sono tante, ma tu sei uno. Quindi come fai ad “esserci” ma anche a far capire che hai una vita tua personale che deve essere rispettata?

Probabilmente c’è anche una sorta di predisposizione mia, anche perché da quello che noto nell’ambiente medico, non tutti i medici riescono ad avere questa sorta di relazione così equilibrata con il paziente.

No, ti posso assicurare di no, anche perché ho lavorato molto in passato con i medici e per me è sempre molto interessante scoprire che in fondo molti medici hanno una vera e propria propensione di aiuto verso i loro pazienti.

L’unica cosa che posso dirti è questa: mi piace, ascolto molto il paziente, anche su argomenti che apparentemente sembrano non entrarci nulla. Ma ti assicuro che conoscendo il paziente come persona e non come malato si possono ottenere anche ai fini della cura una discreta quantità di informazioni che indirettamente, a volte anche inconsciamente il paziente ti dà, che appartengono alla sua vita.

E quindi il paziente un po’ si sente capito, riconosciuto, preso in considerazione. E molto spesso, dato che siamo entrambi umani, molti dei loro argomenti si incontrano con i miei.

Siccome, come tu sai, io vedo i pazienti spesso, si crea una sorta di piccola relazione, e loro capiscono anche qual è il grado di relazione che possono permettersi con me, in quanto parlando di determinati argomenti capiscono spontaneamente quali sono i limiti.

Quindi si crea quella situazione in cui io rispetto loro, a volte sono io che devo avere dei limiti, perché mi rendo conto che dentro certi argomenti, certe loro conoscenze non devo entrare, e quindi non vado oltre, e probabilmente loro percepiscono la stessa cosa con me per motivi di rispetto nei loro confronti.

Intanto questo per me è fondamentale, perché spesso io conoscendo di più il paziente riesco anche a curarlo meglio, mi rendo conto che il problema sta anche altrove, non è solo il dolore articolare, il dolore fisico ma c’è altro, quindi capita spesso che all’interno di un ciclo di trattamento io arrivo a curare il paziente anche per altre modalità che all’inizio, quando lo avevo conosciuto, non erano emerso, non le avevo prese in considerazione, ma sorgono e si manifestano strada facendo.

Credo che questo sia ascoltarlo, sentire il paziente di volta in volta, di che cosa ha bisogno, avere empatia con il paziente. Il limite si crea, si crea spontaneamente.

Io non dico mai al paziente: “Lei oltre a questo punto non può andare”. E’ automatico, e tra l’altro ci sono limiti diversi da paziente a paziente. CI sono persone con cui mi posso permettere di andare oltre e altre con cui mi rendo conto che devo aspettare che siano loro a offrire la possibilità di andare oltre. Forse è proprio perché c’è questa capacità da parte mia e quindi automaticamente da parte del paziente di gestire questi limiti.

Ti è mai capitato per esempio di trovarti davanti a un paziente che sta migliorando parecchio, quindi vedi che tutto procede bene, ma poi in realtà a un certo punto si tira in dietro perché la sua malattia è funzionale a qualcos’altro. Una sorta di resistenza. A me è capitato molte volte nel mio lavoro .. e quando accade spero sempre che una pausa possa essere funzionale ad una ripresa più serena, ma non sempre è cosi

Questo è un tipo di esempio di malattia e di rapporto col paziente che io, dato che come sai insegno in una scuola per medici, porto spesso nella didattica. Perché ci sono dei pazienti che nella loro dinamica, soprattutto di tipo familiare ma anche nel rapporto con la società, hanno bisogno della loro malattia. Quindi anche se io inquadro la loro situazione clinica, capisco cosa si può fare per loro, mi rendo conto che ci sono pazienti che non possono fare a meno di quei sintomi. In questi casi ti rendi conto che sono pazienti che nonostante da un punto di vista fisico migliorino, continueranno a dirti che c’è sempre un grado di sofferenza, perché hanno bisogno di mantenere quello status psichico, soprattutto, emotivo e fisico che loro utilizzano nei loro rapporti personali, familiari e sociali con determinate persone.

Cioè loro hanno bisogno di quella condizione di sofferenza. In queste situazioni non puoi far nulla. Se insisti hai una fuga, perché percepiscono che tu entri in una sfera privata che loro si sono creati, che hanno consolidato nella loro vita rispetto agli altri, e che è la loro corazza, la loro modalità di comunicare con il resto del mondo. E se tu gliela togli loro devono ritrarsi.

Ti è mai capitata una situazione difficile, in cui avresti desiderato non essere medico. Non necessariamente un caso clinico, magari anche qualcosa di burocratico, oppure la perdita di un paziente a cui tenevi particolarmente o qualsiasi altra situazione in cui tu abbia potuto ripensare alla tua scelta di fare il medico

Guarda ti assicuro che non mi è mai successo, anche se mi sono reso conto a volte che avrei potuto fare diversamente, però quello che faccio a posteriori è sempre più facile.

Ogni volta che agisco su un paziente faccio sempre ciò che conosco, non mi avventuro mai in situazioni che non mi appartengono da un punto di vista professionale, e quindi quello che faccio è sempre in scienza e coscienza.

Di conseguenza mi rendo conto che se una cosa non è andata bene è perchè non doveva andare, almeno dal mio punto di vista, dalla mia posizione e per la mia professione.

In genere tutto quello che conosco e so che posso fare sul paziente lo provo, fin dove posso arrivare. Non vado mai a oltranza, nel senso che io ho dei limiti che conosco abbastanza.

Quando raggiungo questi limiti non ho ottenuto risultati in genere getto la spugna dato che non è una situazione che posso affrontare e ne parlo in modo chiaro con il mio paziente.  Questo, non frequentemente, ma ogni tanto succede.

Ci sono dei pazienti con cui io interrompo il trattamento perché mi rendo conto che quello che sto facendo non è adeguato, non è giusto e purtroppo non ho altre armi. Ma al punto di pentirmi di essere medico non sono mai arrivato. Ho riconosciuto di aver fatto degli errori. C’è stato qualche anno fa un paziente che curavo per una certa patologia per la quale ero sicuro che quello che stavo facendo era la diagnosi giusta e la terapia giusta.

Purtroppo il paziente non guariva, e si rivolse a un altro specialista, un chirurgo, che gli dimostrò che la diagnosi era sbagliata. Io ho chiesto scusa al paziente per avergli fatto perdere tempo, e gli ho chiesto scusa con serietà, facendogli capire che c’era una volontà benevola ne suoi confronti. Mi fu così riconoscente per aver ammesso l’errore che ancora oggi mi cerca e mi manda auguri natale e a pasqua.

Se faccio un errore lo riconosco: mi limito a quello che so fare e non vado mai oltre, ma l’errore lo posso fare comunque perché sono umano, oltre che medico, e quando lo faccio chiedo scusa, semplicemente.

Io ti ho conosciuto perché il tuo nome mi è stato dato da una collega, un’insegnante feldenkrais. Volevo chiederti come vedi la parte più olistica del trattamento delle persone o meglio l’uso di altre pratiche o terapie come il feldenkrais, il massaggio, lo Shiatsu, lo Yoga, la psicoterapia e cosi via che purtroppo non sono riconosciute a livello del servizio sanitario nazionale ma che possono aiutare e supportare davvero tanto le persone. Mi piacerebbe avere la  tua opinione a riguardo.

Per me queste tecniche parallele, ausiliarie ai metodi riabilitativi in genere (perché noi dobbiamo includere queste tecniche di cui tu stai parlando con i metodi riabilitativi). Quindi per me tutto ciò che ripristina una funzione è riabilitativo.

Anche quello che faccio io come lavoro è riabilitativo, e considera che almeno la metà di quello che faccio non è riconosciuta dal sistema sanitario.

Perché se io parlo della prescrizione di farmaci omeopatici, molti altri  medici e il sistema sanitario si mettono a ridere. Quindi vengo considerato più o meno nello stesso modo. Detto questo nella mia professione, se io non avessi accanto insegnanti feldenkrais, fisioterapisti, osteopati e chiropratici o altri operatori che lavorano sul corpo,  il mio lavoro non sarebbe completo.

Molto spesso sono io che invio a loro i pazienti per risolvere un problema. E dato che poi sorge spesso in queste situazioni una sorta di complicità e rispetto per il lavoro dell’altro, molto spesso sono loro che mandano il paziente a me. Questo perché ci rendiamo conto che uno completa l’altro, con il suo lavoro.

Questa è anche la mia visione, lavorando con le persone anche io a volte indirizzo alcuni miei clienti ad altri specialisti e l’ho fatto anche con te, perché spesso migliorando lo stato infiammatorio cronico, il mio lavoro viene agevolato e la persona si sente meglio più a lungo e si gode appieno una lezione feldenkrais o un massaggio.

E’ dimostrato scientificamente che la manipolazione, dal massaggio  all’osteopatia, quando la applichi e lo sai fare, stimoli nell’organismo una serie di cambiamenti che iniziano dal tessuto connettivale e si propagano su quello immunitario, neurologico ed endocrino.

Chi lo applica lo fa spesso in modo empirico, e non si rende conto di quello che innesca nell’organismo, e quindi quando fai una manipolazione o un massaggio, provochi la produzione e il rilascio di sostanze che avrà anche uno scopo benefico per il paziente.

Per esempio, perché alcune persone dopo un buon massaggio si addormentano? Non si addormentano perché c’è una magia dalle mani del massaggiatore, ma perché facendo un massaggio favorisci la produzione di citochine ed endorfine che provocheranno sul paziente l’innesco al sonno, così come in un massaggio provochi nel paziente un forte drenaggio, e quindi appena si alza ha bisogno di andare in bagno.

Tutte questa attività non sono cose da sottovalutare. Ho visto pazienti, che dopo manipolazioni differenti, sono scoppiati a piangere. Non è magia ma toccando una certa sfera emotiva, attraverso le mani, il paziente ha avuto la possibilità di rilasciare una forte tensione interna permettendole di uscire allo scoperto. Non sono stupidaggini, assolutamente.

Anche perché a me è capitato di avere persone con malattie gravi o storie personali molto complesse e dolorose e quello che ho notato che se si riesce a parlare con la persona, raggiungendola davvero, le cose cambiano, la persona cambia e la sua salute e la sua vita migliorando di conseguenza. Purtroppo non sempre si riesce ma accade. Per fortuna accade anche meno raramente di quello che si  possa pensare! Altrimenti non farei questo lavoro di aiuto!