Il Benessere con un tocco di penna

Il libro del mese

Rubrica di letture scelte per voi da Benessere con un Tocco per la costante esplorazione dell’IO  e del corpo

The dead o I morti

di James Joyce  – Passigli Editori – Euro 9.50


Se non ricordo male è stato Alberto Savinio, fratello del più conosciuto De Chirico, a definire “The dead” di James Joyce il più bel racconto del ‘900. È raccolto in “Gente di Dublino”, Mondadori, 1971 lire 600 (questa la mia edizione).
Per chiudere in bellezza quest’anno proporrei questa lettura breve, quarantacinque pagine, e nonostante il titolo è un inno alla vita, alla consapevolezza dell’esistenza e dell’amore che ci circonda. E come l’amore ci salva dalla tristezza e dalla morte.

Anche l’amore che passa attraverso l’infedeltà coniugale, reale o presunta. Così come la nostra esistenza è in perenne equilibrio tra la vita e la morte.
È breve e si legge d’un fiato, giusto in tempo per metà giugno quando chiuderemo.

Mi sembra un buon finale per la nostra bella compagnia, discutere della vita, dell’amore e della vittoria della poesia sulla sofferenza.
La soglia tra i due mondi, in Joyce, sfuma fino a diventare invisibile: vivi e morti camminano sulla stessa terra, nelle stesse città, fino a confondersi. E nel racconto i colori della terra, quello dei mattoni dei palazzi di periferia, si mescolano al verde dei campi per diventare mistero avvolto nella nebbia e nel silenzio della neve.

La neve infine cade lieve su tutte le cose, ovattando finanche le note di quella melodia che il giovane innamorato canta a Gretta sotto la sua finestra, nonostante il gelo della notte.

Quando il marito le chiede di cosa sia morto, lei semplicemente risponde “credo che sia morto per me”.
Lui non insiste, le lascia le lacrime del suo dolore perché “un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra.

Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione… la neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude… cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero… si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.”

John Houston ne ha tratto un bellissimo film l’ultimo della sua carriera, commuovente e meraviglioso, un inno alla poesia e all’amore.
A presto.

Buona lettura!

Francesco MARCHESE

La Porta

di Magda Szabò  – Edizione Enaudi 2014- 252 pagine – Euro 12


Le regole sono regole. Una delle mie è che il mio corpo cambia ogni dieci anni, non pesa mai meno del decennio precedente, purtroppo. L’altra è che ogni dieci anni diminuisce il numero di pagine dei libri che riesco a leggere. Quand’ero ragazzo non c’era limite né al numero né al tempo che dedicavo alla lettura. Oggi il mio limite è duecentocinquanta pagine.

Quanto al tempo non so bene cosa sia diventato, forse un ospite non gradito. Per fortuna la regola del fascino e della curiosità dei generi letterari non è cambiata.

Il principio base di Emerenc, protagonista del bel libro di Magda Szabò “La porta”, Einaudi 2014, pag. 258 (ahimè!), € 12,00, è che nessuno può entrare a casa sua, proprio nessuno. Le regole sono regole, appunto.

Emerenc è una donna ruvida, senza età, con le sue idee bislacche e strambi comportamenti, riservata, e con dei segreti nascosti gelosamente dietro la porta eternamente chiusa della sua casa.

È la donna di servizio tuttofare di Magda, la scrittrice ungherese, e di suo marito, professore. Tra di loro il rapporto non è proprio idilliaco, si litiga spesso fin dal primo giorno, ci si riconcilia, si litiga nuovamente e con più ferocia. Sembra che ci sia una sorta di incomunicabilità, di mistero, il quale mistero porta alla curiosità di Magda.

Tuttavia sarà l’umanità a prevalere, poco alla volta il loro rapporto si distende, Emerenc si affida sempre più alla narratrice, il loro legame diventa esclusivo, esigente fino a diventare presenza morale ed umana insostituibile.

“Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico delle notti aspettando che il cuore si fermi” questo è l’incipit, bellissimo, del libro che ci indica chiaramente la strada che l’autrice intende percorrere. Un racconto che accompagna noi lettori nel labirinto della sua mente che tra sogno e realtà mette in scena il suo travaglio interiore, a volte un incubo, aspettando che il suo cuore si fermi per poi ripartire.

In Magda Emerenc vede la figlia che non ha avuto, la famiglia che l’ha tradita, la vita stessa di cui è stata affettivamente defraudata, a lei sola rivelerà i segreti nascosti dietro la porta della sua casa, inespugnabile e rigorosamente sbarrata a tutto e a tutti.
La scrittrice non sarà in grado di accogliere ed elaborare la gratuità e la grandezza dell’affetto che la vecchia donna le ha voluto riservare, incapace com’è, per meglio dire inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana.

Fatica a capire il suo moralismo, la sua testa perennemente coperta come se si trattasse di un abito monastico, la sua generosità, i suoi scatti d’ira, la durezza delle parole e dei gesti, quegli atteggiamenti che sembrano perversioni, le sue scelte incomprensibili e crudeli, i suoi silenzi e le assenze misteriose, le sue richieste di aiuto e nello stesso tempo la sua voglia di restare sempre e comunque da sola.

In un crescendo di rivelazioni l’autrice si avventura sempre di più nel mistero della esistenza passata di Emerenc scoprendo un destino segnato da avvenimenti drammatici. E quando Emerenc si ammalerà, rifiutando di aprire la porta ai medici che vogliono salvarla, per mantenere fino alla fine la riservatezza della propria impenetrabile esistenza, sarà proprio la scrittrice a… ma non voglio certamente rivelarvi il finale.

Buona lettura!

Francesco MARCHESE

Le assaggiatrici

di Rosa Postorino  – Edizione Universale Economica Feltrinelli – 285 pagine – Euro 10


“Cosa vorresti fare da grande? L’assaggiatrice di Hitler”.

Chi mai avrebbe potuto sognare un futuro così anomalo? Eppure è quello che succede a Rosa Sauer la protagonista del romanzo, giovane donna tedesca che, suo malgrado, diventerà assaggiatrice del cibo del Führer.

Le Assaggiatrici, perché sono dieci le donne scelte per questo lavoro. Dieci cavie, tutte donne, e non a caso.

“A settembre del 2014 lessi su un giornale italiano un trafiletto a proposito di Margot Wolk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita. Frau Wolk aveva sempre taciuto riguardo alla sua esperienza, ma all’età di novantasei anni aveva deciso di renderla pubblica. Il desiderio di fare ricerche su di lei e la sua vicenda fu immediato, Quando, qualche mese dopo riuscii a trovare il suo indirizzo a Berlino, con l’intenzione di inviarle una lettera per chiederle un incontro, appresi che era morta da poco. Non avrei mai potuto parlarle, né raccontare la sua storia. Potevo però provare a scoprire perché mi avesse colpita tanto. Così ho scritto questo romanzo.”

Un romanzo di invenzione dunque, non la vera storia di Margot Wolf, ma ispirato alla sua storia. Ma anche un romanzo storico, perché non può prescindere da quel determinato periodo storico, a noi tragicamente noto.

E’ l’autunno del 1943, rimasta sola a Berlino dopo la partenza del marito che va a combattere come volontario sul fronte russo e dopo la morte della madre sotto un bombardamento,  per sfuggire alla guerra  Rosa si rifugia  presso i suoceri in un piccolo paese della Prussia orientale.

Ma Gross-Partsch non è un paese qualsiasi, nascosto nella foresta c’è il quartier generale del Führer, la Tana del Lupo, invisibile dall’alto e mai intercettato dagli aerei militari sovietici.

E il Führer è convinto che gli inglesi vogliano avvelenarlo, per questo vengono reclutate 10 giovani donne del paese, che assaggeranno il cibo che il suo cuoco personale preparerà per lui e per loro.

Ad una sola settimana dal suo arrivo al paese, Rosa è arruolata.  Una mansione non inedita, già gli imperatori romani usavano gli schiavi come assaggiatori. Ma qui c’è un elemento di novità: queste donne non sono schiave, sono donne tedesche, formalmente libere ma che, una volta arruolate, diventano esse stesse cavie e schiave. Questo perché in guerra tutti devono fare la loro parte e mentre gli uomini vanno al fronte incontro ad una morte “eroica” queste donne, che corrono il rischio di ingerire cibo avvelenato tre volte al giorno, avrebbero fatto una morte in sordina. “Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi”.

Un romanzo scritto in prima persona, perché l’autrice ha voluto immedesimarsi totalmente nel personaggio, a cui dà anche il suo vero nome, Rosa, e con lei proverà ad immaginare e vivere  i suoi pensieri, le angosce, le paure e i sensi di colpa di chi  vive nel privilegio di poter mangiare tre volte al giorno (mentre il resto della popolazione muore di fame) e contemporaneamente rischiare di morire ad ogni pasto. “Come mi sarei comportata al posto di Rosa, avrei mangiato quel cibo rischiando di morire ogni giorno?”.

Discernere tra il bene e il male, come si fa a scegliere in situazioni, come la guerra, dove il sistema valoriale è totalmente sconvolto, cosa fanno le persone per sopravvivere? Fanno quello che possono e spesso la scelta è la collusione con il male. Rosa lo sa e si porta addosso questa colpa

Piacere e angoscia, fame e paura. Le Assaggiatrici vivono questa tragica dimensione, il piacere di mangiare un ottimo cibo che avrebbe potuto ucciderle. Una situazione di paranoia che porterà a momenti di vero terrore quando si verificheranno malori dovuti, poi si saprà, ad un alimento avariato ma non avvelenato.

La convivenza tra  le Assaggiatrici non sarà  facile, sono tutte donne sole, con i mariti al fronte, caduti o dispersi, qualcuna con figli piccoli da mantenere. Non avevo nulla da condividere  con quelle donne, se non un lavoro che mai avrei pensato di trovarmi a svolgere. Sono donne che non si sono scelte, che vivono in una situazione di segregazione e di coercizione, quindi sospettose, inaffidabili. Sono zolle che galleggiano e collidono. Scorrono l’una accanto all’altra o si allontanano. Eppure ad un certo punto sentono la necessità di essere “guardate”, nel senso di essere riconosciute dall’altro.

Da troppo tempo eravamo donne senza uomini, non era il sesso a mancarci, ma l’impressione di essere viste.

Si creeranno frizioni, rivalità ma anche legami e alleanze. E’ la stessa Rosa, che pure è vista come la straniera, la berlinese,  che sembra sentire  più di altre il bisogno di creare un legame con alcune di loro. E sarà con Elfride, la più ostile e scontrosa, che Rosa proverà un profondo sentimento di amicizia, anche se mai manifestato apertamente.

E poi arriva in caserma il tenente Ziegler,  spietato e cinico, il prototipo del militare nazista, che creerà un clima di terrore all’interno della caserma.  Eppure tra lui e Rosa si instaura una relazione amorosa.

Secondo Massimo Recalcati siamo di fronte ad un libro di letteratura e non di narrativa, perché se la narrativa racconta più o meno bene delle storie, la letteratura pone delle domande attraverso una lingua che tocca profondamente ciascuno di noi,  tocca  la verità dell’essere umano.

E l’autrice ci pone continuamente domande che non hanno quasi mai  una facile  risposta.

“Sono attratta dal cortocircuito tre vittima e carnefice”, sostiene l’autrice, quel crinale sottile fra la condizione di vittima e di colpevole. Perché Rosa è una vittima, ma allo stesso tempo anche colpevole, perché di fatto lavora per mantenere in vita Hitler, anche se lei non è mai stata nazista e non ha scelto quel lavoro.

Sei responsabile del regime che tolleri, avrebbe gridato mio padre. L’esistenza di chiunque è consentita dall’ordinamento dello Stato in cui vive, pure quella di un eremita…non sei immune da nessuna colpa politica.

Ma  a differenza del padre,  Rosa ritiene che  non c’è alternativa alla dittatura (e questo è anche il nostro alibi). Non possiamo farci nulla, Rosa pensa di non fare del male, sta solo mangiando, ma se il solo assaggiare i cibi per il Führer la fa diventare  ingranaggio di quel sistema, ecco che affiora  il senso di colpa.

La colpa. Per l’autrice la colpa di Rosa è intesa nella sua forma accidentale, una colpa che non avviene per scelta ma che in qualche modo erediti, come il peccato originale, si nasce già con questa colpa. Rosa nasce in un contesto storico che non ha scelto,  non ha mai votato per Hitler, però se lo ritrova come una colpa che si porta addosso. Qui l’autrice si rifà alla definizione del filosofo Carl Jasper, che nel suo libro sulle colpe della Germania, sostiene che esistono tre tipi di colpa: la colpa politica, che è quella di chi tollera il regime, la colpa morale, di chi collude con quel regime, ma soprattutto esiste la colpa metafisica, cioè quella di sopravvivere mentre altri soccombono, di rimanere inerti di fronte alle ingiustizie che sterminano gli altri.  La tua colpa è quella di sopravvivere mentre gli altri soccombono.

Come scriveva Primo Levi: “I superstiti non sono necessariamente i migliori, ma sono quelli che sono riusciti ad adattarsi meglio al sistema in cui erano intrappolati.” E Rosa si adatta, riesce a sopravvivere, ma essendo il Terzo Reich il sistema disumano per eccellenza, lei si domanda quanto di umano sia rimasto in lei. Perché continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggior risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.

Ma se si può invocare la colpa accidentale per tutto quello che succede a Rosa indipendentemente dalla sua volontà, non altrettanto su può dire quanto al suo rapporto con Ziegler. Lì la colpa è solo sua, l’intimità con il corpo del tenente diventa una forma di intimità con il nazismo. Ma l’autrice interpreta il desiderio di Rosa come una forma di resistenza dei due amanti, di rivendicazione della loro esistenza in quanto esseri umani a fronte della negazione dell’individuo operata dal regime.

Far vedere il corpo di un nazista come  un corpo da amare è un azzardo che l’autrice si è sentita di correre, ben sapendo che non poteva che andare così.

La storia delle Assaggiatrici racconta ancora come gli esseri umani per sopravvivere siano disposti a fare cose che in situazioni estreme non farebbero. Quindi “la sopravvivenza come risorsa degli esseri umani ma anche come forma di condanna”.

recensione di Luisa Goglio

Link utili:

https://youtu.be/6C8oFHLbU-M

 

Il secondo Cervello

di Michael D. Gershon  – Edizione Utet – 364 pagine – Euro 14 


Gastroenterologia

“Sappiamo che, per quanto il concetto possa apparire inadeguato, il sistema gastroenterico è dotato di un cervello.

Lo sgradevole intestino è più intellettuale del cuore e potrebbe avere una capacità “emozionale” superiore.

È il solo organo a contenere un sistema nervoso intrinseco in grado di mediare i riflessi in completa assenza di input dal cervello o dal midollo spinale.” Il sistema nervoso enterico è una curiosità, un residuo che abbiamo conservato da nostro passato evolutivo.

Di certo, non suona come qualcosa che possa attirare l’interesse di tutti, invece dovrebbe.

Un sistema nervoso enterico è presente in ciascuno dei nostri predecessori nel corso di milioni di anni di storia dell’evoluzione che ci separa dal primo animale dotato di spina dorsale.

Esso è un centro di elaborazione dati moderno e pieno di vita che ci di portare a termine alcuni compiti molto importanti e spiacevoli senza alcuno sforzo mentale.

Michael D. Gershon responsabile del Dipartimento di Anatomia e Biologia cellulare della Columbia University, autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, è considerato uno dei padri della neurogastroenterologia.

Su una gamba sola

di Oliver Sacks – Adelphi – 240 pagine € 16.50  


Trama

Un incidente di montagna in Norvegia: Oliver Sacks si ritrova in un letto con una gamba che, nella sua percezione, non gli appartiene più.

All’inizio, pensa che il suo caso sia semplice e banale. Poi, si trova sprofondato in un “abisso di effetti bizzarri e anche terrificanti”.

Quella gamba alienata dal suo corpo lo induce a indagare “l’orrore e la meraviglia che occhieggiano dietro la vita e che sono celati, per così dire, dietro la superficie usuale della salute”. Quando questo equilibro precario fra salute e malattia si spezza, tutto precipita e l’immobilità porta a rivedere ciò che conta e ciò che non conta ma sopratutto a chi siamo veramente.

Perdere la percezione di un arto lede l’immagine di sé stessi, obbliga a chiedersi che cosa sia questo Sé che agisce in noi. Anche questa volta, Sacks indaga, e ci fa partecipi della sua indagine, attraverso il racconto: che sarà il racconto di uno strano viaggio “in avanti e all’indietro – perché questa sembra essere la natura del pensiero: ricondurci al suo punto di partenza, alla casa atemporale della mente”.

Per il momento, buona lettura! 

Link Utili: https://www.focus.it/scienza/scienze/10-aspetti-noti-e-meno-noti-della-vita-di-oliver-sacks

https://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2019/10/05/il-documentario-sulla-vita-di-oliver-sacks-debutta-al-new-york-film-festival/

L’uomo duplicato

di Josè Saramago – Feltrinelli – 270 pagine € 18.00  


Trama

Bene, ragazze e ragazzi, il libro del mese, che mi piacerebbe discutere con voi è piuttosto complesso, non difficile, ma sorprendente, profondo, a tratti inquietante ma non privo di una meravigliosa ironia e di suspense.
Narra di un tale, professore di Storia in una scuola media, che “vive da solo e si annoia o, per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede, si è arreso alla temporale debolezza d’animo…”.
Incontra, come ogni personaggio letterario che si rispetti, grandi difficoltà nelle relazioni col prossimo, non ricorda perché si sia sposato né tanto meno perché abbia divorziato.

Insomma un pigro, per quanto la parola sottintenda piuttosto una fisicità liquida, che peraltro ben gli si adatta, ovvero diciamo pure un proustiano “ennuie”.

Un giorno, su consiglio di un collega, noleggia un film. Con sua grande sorpresa si trova faccia a faccia con una comparsa che, ben più che somigliargli, è proprio lui. Lui davvero. Non un sosia, ma un autentico doppio. Da quel momento fa di tutto per scoprire chi sia l’attore, cosa faccia, che storia abbia, andando a vivere in una realtà parallela che forse ha già vissuto e che condurrà con l’altro se stesso.

Con ironia e acume l’autore, meraviglioso, ci conduce attraverso questo viaggio dentro noi stessi, le nostre paure, le dimenticanze, un’indagine sull’identità con improvvisi colpi di scena, dejavu e dolorosi balzi in avanti. Scoperte che non avremmo mai voluto fare.

Ripeto, non è un libro facile, i dialoghi sono all’interno della narrazione e la prosa a volte lascia senza fiato per quanto è densa di significati. E anche a sfogliarlo, il libro, lascia forse spaventati per quelle pagine ininterrotte.

Ma non dobbiamo preoccuparci perché una volta dentro la storia e compreso il meccanismo della scrittura non lo lasceremo andare, ci farà entrere dentro, viaggiare con il/i protagonisti, fino al sorprendente finale (che non ho ancora letto!).
Dunque sto parlando de “L’uomo duplicato” di José Saramago-
Se siete curiosi, qualche tempo prima che morisse, il Nobel Saramago venne intervistato da Serena Dandini.

Un vecchio uomo incredibilmente intelligente, ironico.
Se non ricordo male fu lui che disse “non sono orgoglioso delle pagine che ho scritto, ma di quelle che ho letto”.
Commuovente vero?

Per il momento, buona lettura.

Circe

di Madeline Miller – Marsilio, 2021 – pagine. 416 € 11,40 (cartaceo, tascabile) € 7,99 (ebook)


Trama

Chi è Circe? A scuola l’abbiamo conosciuta come la maga che trasforma i compagni di Ulisse in porci, ma su di lei di solito si approfondisce poco; tutt’al più si riflette sulle sue doti di ammaliatrice.  Nel poema omerico, Circe è un ostacolo, è l’ennesimo impedimento che porta Ulisse a ritardare il suo ritorno a Itaca.

Nel romanzo di Madeline Miller, Circe diventa centrale (a cominciare dal titolo). Oltre a essere una pharmakis (maga), è molto di più: tanto per cominciare, è una ninfa, figlia di Elios e di una naiade. Pochi sono i poteri divini che le vengono garantiti alla nascita, e questo viene specificato fin dall’inizio del libro. Sono tanti, invece, i tratti che la accomunano agli esseri viventi, tra cui la voce, così simile a quella degli umani, e la sua curiosità verso chi è terreno e destinato alla morte.

Pietosa verso chi subisce enormi punizioni (come Prometeo), a costo di violare le leggi degli dei, la giovanissima Circe si lascia avvincere dalla passione per un pescatore Glauco. Quando cerca di trattenerlo a sé, violando i precetti divini e perseguendo con tenacia il suo obiettivo di strapparlo alla bella Scilla, la ninfa viene punita con l’esilio sull’isola di Eea .

Si tratta di un confino a cui è necessario adattarsi, perché attorno a Circe non ci sono più le ricchezze della casa paterna, ma solo una natura ricca e a tratti impervia.  Questo luogo offre a Circe occasioni preziose per affinare le sue doti di maga. Come vedremo più volte nel romanzo, per funzionare una pozione richiede anche la giusta attitudine e le parole sono preziose per accompagnare il potere degli intrugli; in ogni caso, «la magia non può essere insegnata. La scopri da sola, o non la scopri affatto» (p. 75).  La magia è anche ciò che tutela Circe dall’arrivo di marinai pronti ad approfittarsi di lei e a depredare le sue ricchezze; ecco che allora la trasformazione in porci è una vendetta sottile, goduta con un certo spietato compiacimento.

Noi lettori attendiamo con crescente suspense l’arrivo di Odisseo sull’isola, e le nostre prospettive non vengono deluse, anche se cadono molte delle nostre convinzioni.

 Circe è una donna indipendente e ferocemente disposta a sentire la vita, in tutte le sue sfumature. Un finale inatteso ma coerente col romanzo e con la protagonista ci fa chiudere le pagine di Circe con un appagante senso di compiutezza.

Ho trovato il romanzo ben scritto, rivisitato da una autrice donna e che da a Circe, tratti in cui tutte le donne vorrebbero riconoscersi e che si riconoscerebbero se iniziassero a cercare quella femminilità autentica e sepolta da tonnellate di detriti.

Un invito alle donne a ricercare la loro vera natura e agli uomini di non avere paura da fare la scelta di essere “NESSUNO” per ritrovare se stessi.

Buona lettura!