L’Intervista ad Eugenio “l’uomo duplicato”

Amico di Benessere con un Tocco e lettore accanito del Circolo Letterario

Ho conosciuto Eugenio nel 2018, è venuto a fare una trattamento alle gambe e abbiamo parlato del Metodo Feldenkrais.

Aveva letto qualche cosa e questo metodo lo affascinava. Cosi è venuto qualche volta con Doris, la sua dolcissima moglie a fare qualche lezione insieme in Studio. Sono una coppia davvero speciale ed io mi sono trovata benissimo con tutti e due infatti i miei rapporti con entrambi sono proseguiti fino ad oggi.

Eugenio è un uomo particolare molto gentile ma inflessibile e tenace.. non molla mai quello che ha in mente e poi è sempre positivo e solare e anche quando magari scivola e si rattrista, ha la forza di vedere sempre il sole!

Diciamo pure che è il prototipo della personalità “Feldenkrais” – resiliente, duttile ma estremamente tenace!

La vita di Eugenio è una vita particolare perchè in effetti non è una sola vita ma sono più vite messe insieme e vite anche in apparente contrapposizione.. ma non vi voglio svelare il segreto.. vi dico solo che pubblico questa bella intervista fatta da Francesco Marchese – giornalista eccezionale -nella Sezione di “Benessere con un Tocco di Trasgressione” e per me la trasgressione non è qualche cosa di “peccaminoso” ma bensì trovare parti della nostra anima che si sono smarrite sotto detriti di sensi del dovere: dover essere, dover fare, dover pensare, dover aiutare e cosi via!

Io credo che per trovare veramente chi siamo dobbiamo un pò trasgredire in senso buono e costruttivo a ciò che altri vogliano da noi!

Buona affascinante lettura !

Roberta

Chi è Eugenio “l’uomo rinnovato”

Intervista a Eugenio

Quando nell’aprile 1986 Eugenio parte dall’Argentina dopo quasi cinquant’anni vissuti a Buenos Aires, lascia gli amici, i colleghi, i familiari ma anche la città che ha amato e dove è vissuto, i quartieri di Carlos Gardel, di Juan Manuel Fangio, di Peron e di Evita. Lascia il tango e la milonga, le madri e le nonne di Plaza de Mayo, i “desaparecidos”, i militari di una delle più feroci e sanguinarie dittature del secolo.

L’aereo sorvola il Rio de la Plata nelle cui acque furono gettati migliaia di oppositori al regime, attraversa le province orientali dell’Argentina, la costa brasiliana, il Mare Atlantico, l’Africa, il Mediterraneo e finalmente Roma.

In quel viaggio Eugenio si interroga sul senso che ha avuto la sua vita, sul nuovo cammino che sta per iniziare, in cerca di risposte sul suo essere profondo, pensa a quello che ha lasciato e a quello che vuole diventare. È un viaggio dentro sé stesso, verso il cambiamento, una metamorfosi, la caduta di muri, nuove prospettive, nuovi occhiali, nuove idee, nuovi approcci, una sensazione di grande libertà.

In estrema sintesi, se mai una vita intera si può sintetizzare, dopo aver vissuto 33 anni da religioso e dopo 25 anni da prete, Eugenio è tornato alla vita laicale, comunque rispettoso della ricerca e del pensiero spirituale. Si è sposato, ha avuto due figlie e ha lavorato come traduttore per alcune Organizzazioni delle Nazioni Unite con sede a Roma.

Il mio incontro con lui, nella sua casa accogliente, è semplice, affascinante, sereno, fresco e limpido come l’acqua ci disseta. Siamo due persone che vogliono scambiare opinioni su tutto, anche sulla curiosità in sé stessa. E qui di seguito c’è quello che ci siamo detti.

(Francesco Marchese)

Intanto Eugenio, racconta un po’ di te, so che hai avuto una vita avventurosa.

È stata come nel libro di Saramago, L’uomo duplicato, una realtà abbastanza comune, mi considero anch’io duplicato, la mia vita si divide in due parti, prima e dopo l’Argentina. Come dice Tertulliano, protagonista del libro, la storia va spiegata partendo dal presente e tornando indietro, non al contrario. È una tesi che condivido, l’avanti è l’oggi, il presente, e se tu non sai quello che sei, se non hai in mano il tuo presente, il risultato finale della tua vita fino ad adesso, non capisci qual è stato il seme che ha generato tutto questo. Per spiegare meglio, e sarebbe davvero troppo lungo farlo, ho scritto un paio di pagine che raccontano di me.

 Grazie, ne faccio una sintesi in premessa. L’Italia come ti ha accolto, ti sei sentito subito a casa? Hai scritto “nel mio quartiere si trova gente molto carina, si prende un caffè con l’elettricista, l’idraulico, l’imbianchino…

Appena arrivato in Italia sono stato ospitato dai padri Passionisti per tre anni, perché ero venuto per lavorare come consigliere generale per l’America Latina nella loro casa generalizia vicino alla basilica di San Giovanni e Paolo, dove ci sono le domus romane.

Sono stato accolto bene, nella comunità, ognuno faceva il suo lavoro, aveva la sua specializzazione, c’era un parco meraviglioso con vista sul Colosseo, un clima di solitudine in mezzo al caos di Roma.

La frase che hai ricordato si riferiva a quando ho lasciato la Congregazione e sono andato a vivere in tre diversi quartieri di Roma. Un’esperienza molto bella, e veramente l’idraulico è Vincenzo, l’elettricista Mauro, e Loreto il ragazzo della ferramenta.

Ogni Ordine ha la sua regola, qual è la regola dei Padri Passionisti?

La finalità principale dei Passionisti è rivivere la memoria della passione di Gesù, hanno sull’abito uno scudetto a forma di cuore con il motto “Jesu xpi passio”, la Passione di Gesù. Su questo motto ho lavorato moltissimo dando il mio contributo teologico che in Argentina è stato molto importante perché dal 1980, quando ho codificato la mia interpretazione, la formazione dei giovani studenti viene definita e portata avanti nel segno della mia esplicitazione di quel motto.

Il mio contributo partiva da un’osservazione storica della teologia e spiritualità della Passione che sintetizzavo così: “Ci sono modi di ricordare che in realtà fanno dimenticare il senso profondo di quello che si vuole ricordare”.

Passare dallo stato religioso a quello laico cosa ha significato per te, è stato un percorso difficile oppure è stato una scelta lucida, razionale, fluida?

Diciamo che è stata una miscela di tutto questo perché non si può fare un passo così grande, così importante senza provare qualche sconvolgimento emotivo. Tuttavia devo aggiungere che è stato un percorso abbastanza sereno, pacifico, lineare nel senso che, sembrerebbe contraddittorio, ho fatto una vita molto lunga all’interno dell’Ordine e poi sono arrivato alla decisione di lasciare tutto e prendere un’altra strada basato sulla stessa teologia e spiritualità che avevo coltivato al suo interno.

La ragione, non unica ma principale, te la potrei sintetizzare con un esempio parafrasato dalla Bibbia: “Lui si presenta a Mosè e gli dice “io sono quello che sono”, e lascia perdere, non provare a darmi un nome, a circoscrivermi in una definizione; nella vita ti farò vedere chi sono”. Io ho preso sul serio questo passo della Bibbia: ho lasciato perdere.

In effetti noi parliamo di Dio, l’Essere perfetto, con un linguaggio umano che è per forza di cose imperfetto. Usiamo aggettivi che definiscono Dio, ed è come se definissimo una persona perché la lingua che parliamo è fatta per gli uomini.

È importante riconoscere questo gap narrativo. Se tu appartieni a una chiesa, ad una istituzione che nei fatti non riconosce questa differenza, questa distanza tra Dio e gli uomini ma crede di poter parlare di Dio con assoluta certezza, crede di essere abilitata ed avere i titoli necessari per parlare alla pari di Dio, alla fine non ti riconosci più.

Il linguaggio dei Concili Ecumenici è tassativo, chi la pensa diversamente è anatematizzato.

Dunque noi uomini non possiamo parlare di Dio.

Dio ha detto a Mosè, “io sono quello che sono”, ma non mettermi un nome. Certo che si può parlare, è la realtà più profonda della nostra intimità. Ma come pellegrini ricercatori, che si avvicinano con i piedi scalzi, che parlano con metafore approssimative, come Gesù che parlava non con definizioni dogmatiche ma con parabole.

Torniamo a temi terreni. È un periodo complicato, epidemie, guerre, clausura, tu come lo stai vivendo?

Riguardo alle circostanze che stiamo attraversando, ti direi che le sto vivendo bene, ma non distaccato. Seguo molto da vicino tutto quello che succede, rifletto, penso molto, leggo con preoccupazione ma con serenità.

Se mi chiedi come mi trovo davanti all’esistenza, in quanto cammino quotidiano e in quanto orizzonte, ti dico che mi aiutano molto le grandi intuizioni cristiane (assunte perlopiù come metafore e non come realtà storiche).

Ho lasciato dietro la spiritualità rituale, liturgica e ho aderito con passione (sempre passionista nel fondo) a una spiritualità cosmica fatta da polvere stellare e da spirito. Leggo libri di fisica, mi interessano le particelle, la relatività. Ho una grande speranza in quello che vedo tutti i giorni con i miei occhi: un universo meraviglioso in cui tutto è collegato, la grande casa comune dalla quale nessuno e niente ci butterà fuori.

Parliamo un po’ di Roberta, come l’hai conosciuta e cosa ti affascina di lei.

Quando sono uscito dalla Congregazione mi sono messo a cercare altre cose, il lavoro innanzitutto, che ho trovato alla FAO come traduttore, ho fatto un corso di psicologia per esempio, e poi un corso di shiatsu che purtroppo non ho finito. Volevo imparare e utilizzarlo chissà, come lavoro.

In questa direzione, nel senso della ricerca del benessere fisico, non ricordo bene ma sfogliando indirizzi che proponevano appunto il benessere, ho trovato prima un’operatrice indiana che lavorava in un centro ayurvedico e l’ho seguita per un po’.

Poi ho cercato qualche centro più vicino a casa mia e ho trovato l’indirizzo di Benessere con un Tocco. Mi sono interessato, e così ho conosciuto Roberta.

Ho avuto subito l’impressione, quando l’ho vista e ci siamo salutati, di poter stabilire una forte empatia, una simpatia reciproca, una vera e profonda amicizia. Il fatto di dover entrare con i piedi scalzi, mi collocò subito in un’atmosfera che era la mia, profondamente mia.

Un’introduzione nel mondo di Feldenkrais mi trovò molto disponibile e d’accordo con la filosofia sottostante. Ho frequentato anche i massaggi per compensare la mia vita troppo sedentaria. Intanto si parlava tantissimo, di tante cose. Roberta ha un’energia straordinaria, è molto umana, e molto autentica. Ha creato un centro che è uno studio, ma sta diventando anche una scuola e, direi, un’accademia, dove mi trovo molto bene.

A proposito di corpo, io mi accorgo che oggi non riesco a fare quello che facevo ieri. In che modo secondo te sopperiamo a questa mancanza, a questa difficoltà.

Io ho per natura una certa creatività, anche nella mia famiglia si meravigliano perché ogni tanto vengo fuori con una proposta, l’ultima di dedicarmi al disegno che per me è una cosa completamente nuova che non ho mai fatto. Dunque alla mancanza di movimento faccio fronte con la fantasia, con la positività delle idee, con nuove proposte.

È anche vero che molti anni fa ho conosciuto un periodo di depressione ma per fortuna sono riuscito a superarla. Sullo stemma della mia famiglia, che ha come simbolo tre pesci, c’è il motto “depressus tamen extollor” che vuol dire quando sono depresso, quando non ho più forze è proprio quello il momento per risorgere e trovare la forza per combattere.

 Interessante, un bel carattere. A proposito io penso che il carattere sia immodificabile, nel tempo aggiungiamo comportamenti e noi invecchiamo per dar modo al nostro carattere di completarsi. Tu che ne pensi?

Il cammino che io ho fatto è la dimostrazione della tesi che tu hai enunciato, io sto scoprendo adesso chi sono, certo non so ancora chi potrò essere domani ma sono aperto a cambiamenti, anche molto importanti, noi siamo in continua evoluzione, in continua metamorfosi.

La nostra vita è un continuo modificarsi, ci trasformiamo sempre e ci evolviamo ogni giorno.

 Noi abbiamo un gruppo di lettura, a distanza di qualche tempo in che modo ti sei arricchito?

Mi sento molto arricchito e penso che questo gruppo ha una potenzialità ancora non completamente espressa. Mi piace molto partecipare, ascoltare le idee degli altri, capire le diverse sensibilità, e vorrei essere un fattore positivo, ho cercato di esprimere le mie opinioni anche per il desiderio di stimolare altre partecipazioni, altre opinioni.

Nel nostro club del libro vedo che sei molto attento e fai sempre dei commenti molto profondi. Con quali libri ti sei formato? A proposito qual è stato il tuo primo libro?

Da ragazzo leggevo Jules Verne,  Salgari, “I pirati della Malesia”, Sandokan e il fido Yanez, autori spagnoli come Pereda, argentini come Hugo Wast, ecc. Nel Seminario il mio pensiero si è tuttavia formato sui libri teologici e filosofici, molto fortemente direi, al punto che ho voluto proprio partecipare al circolo per permettermi di ritornare alla letteratura e ai romanzi che avevo lasciato da adolescente. È stata una vera scoperta sentire le riflessioni dei lettori, per questo mi interessa molto il circolo. Adesso sto leggendo, ma non per il circolo, “Homo deus – breve storia del domani” e parla dell’evoluzione dell’uomo, dal sapiens ai nostri giorni, molto interessante.

Se ci facciamo caso, se cambiamo accento, il verbo leggere diventa un aggettivo molto bello, leggére il cui avverbio è leggermente che unisce la leggerezza, la lettura e la nostra mente. Che ne pensi?

Penso sia qualcosa di assolutamente vero, leggere aiuta la leggerezza della mente. Il mio punto debole è stato leggere troppi testi monotematici, lasciando da parte i romanzi. La scelta di leggere principalmente teologia e filosofia mi ha fatto concentrare sulla dimensione essenziale delle realtà, della storia, trascurando la dimensione concreta, il corpo a corpo della vita, gli incontri-scontri dell’esistenza umana. E’ l’aspetto che in buona misura sto recuperando dal 1990, soprattutto in questi ultimi anni.

Mi ha colpito un tuo commento a proposito del libro di McEwan “La ballata di Adam Henry” a proposito del significato della vita e della dignità. L’autore fa dire alla protagonista che la vita va vissuta comunque, mentre il ragazzo vorrebbe viverla con dignità o niente. Tu hai detto che aveva ragione il ragazzo…

Io non obiettavo la sentenza del giudice ma la sua motivazione. Il giudice aveva stabilito che la vita vale più della dignità, una cosa che non posso accettare, non posso ammettere. Perché la dignità è quello che dà valore a una vita umana, la rende degna, appunto, di essere vissuta. Tantissime persone, milioni di persone di tutte le epoche storiche hanno dato la vita in difesa della dignità perché la dignità è il valore più profondo della persona. A che serve se continuo a respirare non essendo più me stesso, preferisco non respirare più.

Tra l’altro è la parola ripetuta più volte dal nostro Presidente nel discorso di fine anno, dignità. Hai scritto sul gruppo “vivere in mezzo alla gente è il miglior modo di riposarsi dall’affanno della vita”. Puoi spiegare meglio…

Risponde alla mia sensazione, quando sto con gli altri, quando ho un rapporto con gli altri mi sento a mio agio, mi riposo. Anche quando sono solo, come durante una grande parte della mia giornata, ho molti rapporti tramite internet, email, comunico con gente di diverse parti del mondo e ho avuto sempre la sensazione che stare con gli altri mi permette di sentirmi bene, collegato, rilassato.

Da giovane ho lavorato molto su questi due termini, solitudine e comunione, personalizzazione e socializzazione, due poli che sempre mi hanno incuriosito intellettualmente e arricchito personalmente. Si coniugano in modo perfetto e si richiedono l’un l’altro, formando una sintesi

Hai scritto una citazione di Lacanamare è essenzialmente essere amati” dicendo che non sapevi se fosse altruista o egoista. Hai ancora dubbi?

Avevo questo dubbio, ma tendo a accettare la frase in senso altruista, perché la traduco in questo modo: “ti apprezzo tanto tanto che vorrei essere amato da te”, dove si vede che la ragione di voler essere amati da qualcuna o qualcuno consiste nell’immenso amore che si prova per lei o lui.

Tuttavia Gesù diceva ama comunque anche se ti fanno male, anche se ti odiano.

Penso che umanamente è impossibile amare qualcuno che ti odia; non ha senso perché non si stabilisce un rapporto tra te e una persona che ti vuol male.

Una cosa è essere altruista, generoso, comprensivo, avere il desiderio di aiutare anche i propri nemici, anche chi si odia, altra è mettere in condivisione il proprio cuore. A meno che smetta di essere un nemico. Appunto. Si tratta di un linguaggio utopico che ha il valore di radicalizzare le proposte.

Con te non si può non parlare di musica e di tango. So che è una domanda enorme e forse di impossibile risposta, ma cos’è il tango per gli argentini?

Senza approfondire molto perché non sono in condizione di farlo, direi che il tango è l’anima triste dell’Argentina, l’espressione dell’anima nostalgica di qualcuno che si sente rifiutato, abbandonato.

Il tema ricorrente è il rapporto di coppia, la ragazza che ti lascia, l’amore frustrato, la nostalgia di un amore che non c’è più, la distanza. Cito questa canzone di Gardel, Caminito “Da quando se ne andò io vivo triste, sentiero amico, io pure me ne vado. Da quando se ne andò mai più tornò. Seguirò i suoi passi, sentiero amico, ciao”. Se è triste o melanconico l’argentino non so bene perché, forse è nell’animo, nostalgico di non si sa che cosa. Forse è proprio perché non sa cos’è che manca che è triste.

Un’ultima domanda, cosa ti è piaciuto di più cambiare vita e cosa invece rimpiangi?

Nel cambio di vita un luogo molto speciale lo occupa la bella famiglia che siamo riusciti a formare Doris, Maria e Anita.

Ma sarebbe argomento per un’altra intervista. Davvero. Della vita precedente non rimpiango niente. Perché sento di aver lasciato cose che dovevo lasciare. E quello che non volevo lasciare l’ho potuto continuare, amici, colleghi, disciplina, senso di responsabilità, voglia di fare, voglia di aprire strade per me e per altri.

Apprezzo e coltivo tuttora molte intuizioni, idee e concezioni cristiane che per me sono significative e feconde, purché si prendessero come metafore e non come realtà.

Mi limito a segnalare alcune tematiche cui tengo molto: il racconto della creazione del libro della Genesi; le realtà ultime o escatologiche, il giudizio finale, paradiso, inferno, purgatorio; l’Eucaristia, il concepimento verginale di Gesù.

Il racconto della creazione dell’uomo, Adamo ed Eva, è un romanzo bellissimo, una autentica poesia: siamo una realtà umile (humus, polvere) elaborata da un artigiano che non trascura particolari, e allo stesso tempo una realtà sublime (soffio divino) con una capacità di proiezione cosmica.

Basta quello per nutrire e fecondare un’esistenza, senza il bisogno di incomodare la ragione e la scienza in quanto a come di fatto siano andate le cose. Anche le realtà ultime andrebbero lette come metafore: che bello sentirsi sempre davanti al dilemma “essere o non essere” (paradiso o inferno), sollecitati a cercare sempre la piena realizzazione personale, con la certezza di non aver scelto noi la vita ma di essere stati scelti dalla vita (dal paradiso, appunto).

E l’Eucaristia, una calorosa metafora del miracolo della condivisione, della mano tesa, del cuore attento all’ascolto e al dialogo.

A me sembra che questo sia più significativo che la trasformazione reale del pane nel corpo di Gesù e conservato in un tabernacolo.

Una tematica di enorme interesse è anche quella del concepimento virginale di Gesù. Non posso non segnalare il disagio che sempre ho sperimentato comparando, da un lato, la meravigliosa concezione biblica del concepimento dell’essere umano attraverso l’amplesso amoroso uomo-donna, e dall’altro, la valorizzazione iperbolica e dissonante del concepimento virginale di Gesù.

La via maestra di Dio trascurata e rifiutata proprio quando è lui a fare l’ingresso nell’umanità? Scambiare metafore per realtà penso che sia stato molto fuorviante, e una grande perdita di potenzialità comunicativa e di stimolo alla crescita.

Ma l’uomo ha bisogno del rito, della liturgia, del mistero.

Il rito e la liturgia hanno il senso di dare rilievo a certi momenti della vita, non a sostituire la vita. Sono come il sale e lo zucchero, se ne metti tanto la pietanza è immangiabile, ci vuole la giusta dose, non si può vivere mangiando sale o zucchero. Ho l’impressione che anche la Chiesa stia ridimensionando il sacerdozio (ministero dei riti e della liturgia) e valorizzando il laicato (la vita reale del popolo).

Ecco quello che ci siamo detti. Abbiamo avuto alcuni momenti di silenzio come per meditare io le domande da fare ed Eugenio le risposte, come se ci parlassimo in punta di piedi con il pudore tipico delle persone timide. Mi ha fatto vedere la casa in Irlanda da dove sono partiti i suoi avi, in una fotografia Eugenio bacia la soglia della porta d’ingresso in un gesto di compassione e di commozione.

Mi ha fatto pensare al nonno di Saramago che quando si è dovuto trasferire dalla campagna in città ha abbracciato gli alberi. Ho visto lo stemma della sua famiglia con il motto depressus tamen extollor e i tre pesci. Mi sono ricordato di una storia letta non so più dove che più o meno, a memoria, fa così.

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buon giorno ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”.

Questo costante fluire di pensieri, la serenità dell’esposizione delle idee di Eugenio è l’acqua in cui ha nuotato, non ci accorgiamo dell’atmosfera e dell’aria che respiriamo perché l’abbiamo sempre fatto, abbiamo sempre pensato, riflettuto, in poche parole perché Eugenio ha vissuto.

Prima di salutarci osservo sul divano i disegni che Eugenio sta realizzando con l’aiuto della maestra Ilde, un bianco e nero vagamente triste o malinconico, come la musica lontana di un tango argentino, ma sono sicuro che Eugenio riuscirà a colorare con la sua fantasia e con il carattere, curioso, forte ed extollens com’è.

Se vuoi scrivere ad Eugenio, ecco la sua mail : eugeniodelaney@libero.it

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