Medicina, Femminilità e Benessere

Intervista di Roberta alla dottoressa Elisa Giannetta (Professore associato in endocrinologia presso la facoltà di medicina e odontoiatria dell’Università Sapienza di Roma).

Ho conosciuto la dottoressa Giannetta per caso, cercavo uno specialista che si occupasse di endocrinologia e cosi ho fissato un appuntamento con lei.

Dal primo appuntamento mi sono resa conto che era proprio il tipo di persona, ancor prima che di medico, che andavo cercando: professionale ma empatica, gentile ma risolutiva, disponibile e con una visione della persona a 360°, mai avrei potuto essere più fortunata!

Mi sono trovata cosi bene che dopo una paio di anni e quindi con un pò di confidenza in più, le ho chiesto se potevo appoggiarmi a lei considerandola un pò il mio punto di riferimento medico per tutto quello che riguarda la mia persona e, contrariamente a quanto temevo, si è subito dimostrata disponibile e mi ha chiesto il motivo della richiesta. 

Da lì in poi mi sono sentita meno sola! Sapevo che per qualsiasi problema di salute avrei potuto avere non solo un medico ma anche un punto di riferimento e di ascolto e questo, a mio avviso, è già l’inizio di un processo di guarigione e di benessere.

L’ho consigliata a diverse clienti e quelle che sono andate da lei si sono trovate davvero bene perchè hanno visto quello che avevo visto io: professionalità e tanta umanità! Cosa può volere di più un paziente!

Recentemente mi è venuta l’idea di farle una intervista per il  sito di Benessere con Un Tocco e stavolta pensavo davvero che la richiesta fosse troppo ardita. Anche stavolta invece la Dott.ssa Giannetta ha accettato  e ci siamo anche divertite a conversare su Zoom (di più era impossibile fare considerato come può essere questo periodo per un medico) e il fatto che ci siamo dedicate del tempo dimostra e avvalora la mia tesi sulla dott.ssa Giannetta persona e medico a 360 gradi.

Se siete arrivati fin qui, spero che andrete avanti nel leggere questa bella intervista che mostra quanto professione e cuore possano andare di comune accordo!

Chi è la dottoressa Elisa Giannetta

Dove nasce il suo desiderio di fare il medico? Ha radici nell’infanzia oppure si è sviluppato dopo, in seguito ad un evento particolare?

Diciamo che era una tendenza perché a due anni chiesi a Babbo Natale una scatola di cerotti. In generale ai bambini piace curare gli animali e le persone ma a 11 anni avevo deciso che sicuramente avrei fatto il medico.

Questo forse perché mia nonna, che mi ha cresciuta, è stata molto male ed  è venuta a mancare in giovane età, a 64 anni, e mi sono convinta che se fossi stata in sala operatoria con lei e l’avessi potuta curare, le cose sarebbero potute andare diversamente. Da quel momento non ho più cambiato idea .

Come mai ha scelto endocrinologia come specialità?

chi è la dottoressa elisa giannettaQuando si frequenta il 4° anno di medicina si deve iniziare a frequentare i reparti specialistici. L’endocrinologia è una scienza misteriosa e affascinante, nella quale la parola “normale” non esiste,  ciò che appare “nella norma” può non esserlo e tutto va ricondotto come nella trama di un giallo collegando segni, sintomi e dati biochimici.

Il sistema endocrino è quello che mantiene l’equilibrio interno del nostro organismo con il mondo esterno.

Il nostro ritmo circadiano, il nostro sistema nervoso e la sua regolazione dall’esterno sono coinvolti nel ritmo di secrezione dei nostri ormoni.

Gli ormoni sono quindi le molecole che collegano tutto ciò che avviene al nostro interno e noi stessi al mondo esterno.

Si tratta quindi di una scienza avvincente, perché non è lineare, non è chiara, bisogna sempre studiare, cercare l’indizio giusto e portare sempre più avanti l’ostacolo.

Lei dice che voleva fare il medico fin da bambina, quindi direi una vera e propria vocazione, secondo lei è vero che il medico in qualche modo ha il compito di aggiustare il destino delle persone? 

Sicuramente è vero per tutti i medici perché tutti possiamo apportare un miglioramento e modificare l’andamento di una vita di una persona in un senso o in un altro.

In senso migliorativo o a volte, purtroppo anche peggiorativo. Quindi è così per tutti, in tutte le specialità, perché ognuno può cambiare il destino della persona con cui viene in contatto per il solo fatto di essere medico.

Verrà ascoltato differentemente dal vicino di casa o da un’altra figura con cui si interfaccerà. E’ sicuramente vero che ci sono delle specialità maggiormente a contatto con i pazienti.

La medicina del territorio, così come il medico di base sono i punti cardine del percorso di un paziente e meritano di riprendere con forza il loro valore ed essere visti come l’importantissima risorsa che realmente rappresentano.

La figura del medico universitario inserito in équipe rappresenta una eccellenza con finalità diverse, poiché svolge la propria professione assistendo i pazienti, sempre con un occhio rivolto a ciò che i dati raccolti da casistiche di pazienti possano apportare di conoscenza nuova o confermativa o meno da condividere con il mondo scientifico.

Lei ha sollevato due questioni: una è relativa alla figura professionale del medico di base. Io mi ricordo che quando ero bambina c’era proprio il nostro medico di famiglia che seguiva tutti noi e ci conosceva uno per uno. Era, non dico un amico di famiglia, ma era molto coinvolto anche nelle nostre vite. 

Mi sembra che questa figura si sia molto persa e che il medico di base sia diventato un pò il  “burocrate” a cui chiedi la prescrizione di farmaci e il consulto di specialisti. E questo è un vero peccato! Per fortuna che il nostro medico di base è molto di più! Questo ovviamente succede in generale, ma per fortuna ci sono realtà diverse.

Ecco perchè la considero un un medico fuori del comune, lei vede i suoi pazienti e tutto tondo mentre mi sembra invece che spesso i medici ti vedano un pò a pezzi e facciano fatica a vedere la salute nel suo insieme. Per esempio se hai un problema al fegato spesso questo non lo si ricollega ad altri disturbi o anche al contesto che vive la persona.

Non siamo macchine, cioè non è che prendo un fegato nuovo come un pezzo di ricambio e risolvo il problema: anche quello “nuovo” può diventare velocemente vecchio se non cambio certe altre cose. Io sono interessata a quest’intervista proprio perché lei mi sembra, come una mosca bianca, su un’altra lunghezza d’onda.

Lei prima diceva che tutti i medici sono dotati di una capacità, di una vocazione (e condivido che quella del medico sia una vocazione) ma è una cosa che non trovo così diffusa nei professionisti, medici inclusi. Trovo invece che lei racchiude un’intelligenza straordinaria, una sensibilità femminile dentro una professionalità molto grande.

Non è per farle un complimento anche perché non ci ricavo nulla, è proprio perché così la penso e per questo ho parlato di lei ad alcune delle mie clienti.

Rispondo ad entrambe le domande. Riguardo alla medicina di base sicuramente un tempo c’era il medico condotto, il medico di famiglia che prendeva tutta la famiglia in carico, sapeva tutta la storia e ne gestiva l’andamento.

Come in tutte le categorie ci sono professionisti che si impegnano con amore in un’ottima medicina di base.

Per fortuna il nuovo modo di vedere la medicina (e così le rispondo alla seconda domanda) è quello della precision medicine ovvero quello della medicina personalizzata.

Si è tornati a dire che un organo è legato all’altro, probabilmente se le fa male la punta del capello il problema potrebbe essere nell’alluce, e non devo andare da chi vede il capello, ma devo reinquadrare il paziente in maniera olistica.

E questa medicina “cucita” sul paziente fa uscire dai protocolli standardizzati e dall’idea di trattare necessariamente con la stessa terapia pazienti affetti dalla stessa malattia.

Ci si sta rivolgendo sempre di più ad una medicina di genere. Per fare un esempio,  l’ipertensione arteriosa è stata studiata sull’uomo, che ne soffre di più, mentre la donna forse ne soffre dopo la menopausa, e ci sono dei farmaci che funzionano di più nell’uomo che nella donna, perché era quello il target di pazienti valutato.

Adesso si sta cercando di personalizzare, quindi anche la stessa patologia la si cura diversamente a seconda del sesso, della fascia di età, e così anche i range di laboratorio: se doso un ormone, può non essere uguale per tutte le fasce d’età.

Quindi, ritornando un po’ alla medicina di precisione si sta dando un nuovo giusto peso alla medicina di base che però deve avere dei collegamenti con centri iperspecialistici che, laddove ci sia  una problematica, portino alla soluzione della stessa.

Anche se secondo me sono ancora troppo pochi  i medici che hanno una visione della salute a 360° .

Sì, è un passaggio che si sta facendo negli ultimi anni, quindi prima di vederlo su larga scala probabilmente ci vorrà più tempo. Io sono iscritta a un sito di fisioterapia e ho visto che ora propongono un corso legato alla riflessologia plantare in ambito riabilitativo. Sono stata piacevolmente colpita dal vedere l’emergere finalmente di una cura più a tutto tondo.

Per quanto riguarda invece la sua mansione di essere anche la responsabile referente nella sua Unit dove si ci occupa del  “tumore neuroendocrino” al Policlinico, come e dove è nata questa possibilità? E’ stata una scelta, è capitata per caso, frutto di una ricerca?

Nel corso di laurea al 4° anno di medicina, frequentando endocrinologia.

Ho avuto la fortuna di avere un Direttore e Primario, il Prof. Andrea Lenzi che ha sempre stimolato la crescita e l’indipendenza scientifica dei propri allievi e che ha sempre premiato il merito aiutandomi in ogni passaggio di formazione e professionale e di avere come tutor  il Prof. Vincenzo Bonifacio. Durante le sue lezioni di endocrinologia permetteva agli studenti più appassionati e volenterosi di preparare una lezione insieme a lui.…

A me capitò una lezione sulle neoplasie neuroendocrine…molti anni dopo il mio diretto responsabile, un giovane scienziato brillante e geniale il Prof. Andrea M. Isidori mi  disse che la neuroendocrinologia non aveva il giusto peso all’interno della Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I, che invece vedeva di grandissimi esperti al proprio interno.

Ma per mancanza di un collegamento fra di essi, a risentirne erano i pazienti, che giravano spaesati fra i reparti per poi essere addirittura inviati al altri nosocomi.

chi è la dottoressa elisa giannettaEra febbraio 2016… a luglio2016 inauguravamo la Unit dei tumori neuroendocrini del Policlinico Umberto I, che ha l’ acronimo di NETTARE (Neruoendocrine Tumor Task foRcE), una parola dolce legata ad un patologia tumorale, a sottendere come essa possa essere addolcita se trattata con impegno, rapidità e perizia grazie all’interazione multidisciplinare tra specialisti che cooperano…come in un alveare… per il bene del paziente.

Il responsabile della Unit è il Prof. Andrea Lenzi con il Prof. Andrea M. Isidori.

Questa è una di quelle malattie in cui è evidente come il medico da solo non possa far nulla e sia importantissimo unire più specialità. Così a me è stato affidato il compito di case manager della Unit.

Abbiamo iniziato nel 2016 con un paziente, adesso ne abbiamo 200, facendo emergere la peculiarità del Policlinicom Umberto I nella realtà di Roma a della gestione e cura di queste malattie, fino a far approvare quello che è stato il primo PDTA aziendale creando un percorso diagnostico e terapeutico avvantaggiato per il paziente e interconnettendoci anche con altre realtà romane e laziali, creando così una rete tra ospedali, e tra medici, senza badare ognuno al proprio orticello ma ampliando al bene del paziente il reale obiettivo che ci muove.

Il paziente è realmente avvantaggiato perché attraverso meeting multidisciplinari il suo caso viene condiviso e discusso da più specialisti e può poi essere accolto anche in ambulatori con più specialisti.

Così siamo noi a muoverci verso il paziente e noi lui a dover rincorrere più medici che magari non confrontandosi hanno opinioni diverse.

Neanche in questo anno di pandemia per l’infezione SAR-COV-2 ci siamo fermati, abbiamo continuato a confrontarci in meeting telematici in cui discutiamo i casi di tutti i pazienti con patologi clinici, anatomo-patologi, gastroenterologi, penumologi, chirurghi toracici e addominali, radiologi, medici nucleari… e parliamo, vediamo le immagini tutti insieme, e in questo senso facciamo davvero una medicina dedicata e rapida. Perché a volte perdere tempo modifica il destino del paziente.

Basta incappare nella via sbagliata e si perdono anche anni.

Le faccio un’altra domanda, più legata al femminile. Quanto pensa che per una donna sia importante (perché ancora alcune donne sono più lontane) pensare che per la professione essere donna ed essere madre sia un tutt’uno?

Non le voglio fare la solita domanda che non si fa mai a un uomo: “come fa a coordinare l’essere mamma con…”, ma più dal punto di vista: “Sono mamma proprio perché sono anche, nel suo caso, medico, perché sto con le persone, curo le persone”. E’ un tutt’uno.

E’ un tutt’uno ed è una cosa che sicuramente arricchisce: prima della maternità  stavo qui al lavoro anche 14 ore al giorno.

Adesso la giornata deve essere necessariamente divisa fra lavoro e famiglia, ma questo è un arricchimento… dovevo fare una presentazione a dicembre, su gruppi di lavoro che cercano di migliorare la conoscenza sui tumori neuroendocrini e ho ideato un calendario dell’avvento con finestrelle che si aprivano e i vari professori che parlavano fra loro.

chi è la dottoressa elisa giannettaAppunto un’idea che ti viene stando con un bambino, mentre prima questi spunti non li avrei mai avuti.

E col bambino il rapporto è secondo me sempre migliore dove c’è l’impegno, perché qualunque lavoro uno faccia, già trasferisce ad un figlio il valore dell’impegno, che i soldi non arrivano dal nulla e il suo poter fare delle cose è grazie ai suoi genitori che si impegnano nel mondo del lavoro (nei casi in cui si è fortunati ad averlo).

Sicuramente dentro casa la professione entra, le telefonate con i pazienti che ormai mio figlio conosce e che conoscono lui e il suo “cinguettare” e chiedere mentre parlo con loro, così come il suo affacciarsi mentre faccio le lezioni online agli studenti…e così oggi a 5 anni e mezzo mio figlio dice di essere un medico e il mio assistente…io penso che sia il lavoro più bello che si possa fare, e quindi se si ama, e solo se veramente si ama, sia la miglior scelta che si possa fare.

Dal punto di vista umano dà tanto, non c’è niente di meglio di riuscire a chiudere una diagnosi e trattare un paziente vedendolo migliorare. La soddisfazione per aver superato una situazione negativa si accompagna a volte alla frustrazione di quando la condizione morbosa non può essere superata.

Come ha detto lei è un tutt’uno, e come si fa a fare tutto? Non ce la si fa, ci si arrangia, si rinasce ogni giorno e si vede cosa si riesce a fare di meglio e di più ogni mattina. L’organizzazione è alla base di tutto…ma non è facile e non si può organizzare tutto!

Come fa ad avere empatia con i pazienti senza però esserne travolta? Ho lavorato con le Case di Riposo per 25 anni  e tanti ospiti li conoscevo uno per uno e a volte quando morivano, sentivo un senso di vuoto e di impotenza.

Ma io in realtà sono come lei, mi affeziono e se il paziente sta male sto male anch’io.

Non impedisco che si crei un legame perché il paziente e la sua famiglia devono potersi affidare. Dei miei pazienti più gravi conosco la famiglia, i mariti, le mogli e non penso che il distacco sia quello che ti protegge. Dal punto di vista medico è importante essere sopra le parti giustamente per mantenere la propria professionalità.

Quando ascoltavo affascinata durante la cena le chiacchierate fra mia mamam e mio nonno, entrambi ingegneri, sul loro mondo di strade, ponti, costruzioni, ad un certo punto mi sembrava per me mancasse qualcosa…le persone come oggetto diretto della professione!

Trovo che l’empatia sia una dote che hanno molto di più le donne.

E’ vero o almeno questa è la mia esperienza, ho trovato professionisti di vario genere molto bravi anche empaticamente, ma spesso ho la sensazione che gli uomini  riescano a mantenere di più le distanze e nelle professioni di aiuto, questo non è sempre vincente o almeno cosi penso io. Spesso lo riscontro anche nel campo medico, in cui con un uomo si mantiene più distacco nella relazione. Non ha scontrato questa modalità fra i suoi  colleghi uomini?

Penso che sia più un retaggio ancestrale. Intanto il paziente dà sempre per scontato che il tuo collega maschio sia il tuo capo anche se è più giovane. Mentre la donna è ovviamente l’assistente dell’uomo a cui si possono dire più cose, per cui è un po’ il meccanismo inverso e l’uomo sa di dover avere quell’aplomb.

Poi quando il paziente esce a volte sono molto più sensibili i medici maschi e distaccate le donne, cioè le donne riescono a passare tranquillamente a un altro paziente mentre l’uomo rimane più coinvolto.

Quindi questa è un’impostazione a cui siamo stati tutti abituati, da entrambi i lati della scrivania.

Questo non l’avevo mai tenuto in considerazione, che cambiasse il comportamento del o della paziente verso un uomo medico o verso una donna medico.

Le faccio un esempio classico: mentre preparavo le cartelle cliniche prima che arrivasse il professor Isidori, mio diretto superiore, facevo un’ora di domande al paziente. “Prende farmaci?” “No” “Ha avuto interventi?” “No” “Sicuro?” “Sì”.

Poi appena entrava il professore: “Prendo questo farmaco e sono stato operato …!” e io dicevo “Ma come, è un’ora che la interrogo e non mi ha detto niente”. Questo poi mette la donna nella posizione di avere più capacità di interagire proprio perché è più difficile. Il paziente ti vede di meno perché sei femmina, sei solo “la signorina”.

E l’uomo quindi, investito di questa aura resta per averla, ma non è detto che sia il mondo sanitario ad essere impostato così così quanto i pazienti a vederci in questi ruoli…

Ma questo tipo di comportamento lo trova sia nel paziente uomo che nel paziente donna o in prevalenza nel paziente uomo?

Lo trovo assolutamente alla pari, prima lo notavo di più negli uomini, ora forse di più nelle donne, ed è ovvio che l’età modifica le cose. Io faccio il medico da ormai 18 anni quindi nel diventare più grande è cambiato il modo di essere percepita.

Per una donna di una certa età poi conta anche l’abbigliamento: un medico donna in jeans non ha lo stesso valore di un medico donna che indossa una gonna. Quello cambia il modo in cui il paziente si interfaccia con te e quanto ti ritiene bravo, almeno al primo incontro.

Se hai i capelli blu il paziente penserà che sai meno cose di chi ha i capelli di un colore convenzionale, anche se non è così…l’abito fa il monaco, anzi il medico”.

E’ capitato anche a me: una cliente ha visto sul mio sito delle foto di burlesque, e mi ha detto che se le avesse viste prima non sarebbe mai venuta e si sarebbe persa una grande opportunità. E io ho pensato “guarda come uno può fermarsi davanti a una c*****a di questo tipo. L’abito non fa il monaco… ma in realtà … fa il monaco”, e poi si sarebbero persi il privilegio di conoscermi …. (risata)

chi è la dottoressa elisa giannettaE’ pur vero che il camice nasce come una forma di rispetto e pulizia verso il paziente, non per proteggere il medico, e quindi i nostri grandi docenti ci insegnavano come doveva vestirsi e comportarsi un medico. Oggi si è in una fase più moderna ma molte cose sono rimaste sempre le stesse. Le scarpe devono essere chiuse in caso cada un ago o del sangue, non bianche perché potrebbero sporcarsi e dare alla vista la sensazione di ridotta igiene. In questo periodo portiamo quasi sempre i capelli legati per ridurre la superficie che si può sporcare.

C’è un filo sottile tra quello che è fatto per apparenza e quello che è fatto per pura funzionalità. Per me il giovedì è il giorno dei jeans perché mi dedico maggiormente alla ricerca e mi posso rilassare e concentrare!

Ad oggi quindi di discriminazioni in ospedale perché una è donna, uno è uomo non ne ha trovate

No, nella mia esperienza no.

C’è stato un momento in cui avrebbe desiderato non essere un medico, magari in una situazione difficile?

No, sono sempre stata convinta di fare il medico, anche quando mi sono trovata ad affrontare delle difficoltà.

Quindi sì, a volte vorrei fare il medico in altre forme, ma non mi sono mai pentita della mia scelta, altrimenti non la sponsorizzerei così tanto. Ho incontrato sabato una mia collega di Università, studiavamo insieme, e lei, con due figli, diceva che distoglierà i figli dallo studiare medicina perché quella del medico è una “vitaccia”. Io non sono pentita per niente e anzi mi piacerebbe sempre più fare solo il mio mestiere nel migliore dei modi.

Torno al punto di prima: fare il medico è proprio una vocazione. O ce l’hai o è estremamente impegnativo anche da un punto di vista umano.

Serve la capacità di capire come sono le persone e quindi dare quel poco di più a chi sa gestirlo e quel poco di meno a chi poi se ne approfitterebbe, e si impara man mano con l’esperienza, raddrizzando il tiro ogni volta.

Alcuni pazienti fanno finta di curarsi: mentono al medico, fanno finta di prendere medicine. Le è mai capitato?

Sì, capita in percentuale minore rispetto a quelli che effettivamente si affidano, ma capita che alcuni sentano altri medici o non eseguano le indicazioni. Però devo dire che tutti i mei pazienti, sono tornati da me, e totalmente convinti, esprimendo i loro dubbi e abbiamo trovato soluzioni alternative,  ho spiegato più approfonditamente la questione. Io dico sempre che il mio impegno lo metto per il paziente, ma il paziente è sempre libero di tornare a casa e farsi venire dei dubbi. 

E il mio ruolo non è quello di offendermi o “sgridare. Il mio ruolo è quello di informare, far comprendere qual è la motivazione per cui io ho fatto una scelta: quando un paziente mi dice “Ma io l’ho letto su internet”  io rispondo che se avessi potuto raggiungere il massimo livello di istruzione in questa nazione su internet mi sarei risparmiata tanti anni sui libri e magari sarei molto più sportiva.

Io rispiego, adduco motivazioni, cerco di capire anche cosa vuole il paziente perché posso anche dargli la terapia migliore, ma se non la vuole fare non la farà. Poi ci sono quelli che semplicemente si rifiutano, non per questo non meritano attenzioni, ma si opterà per altri modi e cure.

Quindi cerca sempre di capire quello che la persona può, vuole o non vuole fare, e trovare una sorta di accordo.

Chi è Elisa Giannetta fuori dall’ambito lavorativo? Cosa le piace fare di altro? Ha altre passioni o tutto confina nel leggere cose di medicina o comunque attinenti al lavoro?

Prima mi piaceva fare molte cose, ad esempio andare al cinema, che è una mia passione.

Mi piaceva andare per mostre, a teatro, seguire la Moda, fare shopping con le mie amiche o con la mia mamma, passare dei lunghi pomeriggi in campagna.

Da quando è nato il mio bambino tutto è cambiato mi piace sicuramente giocare, divertirmi con lui suonando il pianoforte all’aria aperta a nuotare…il mare è un amore che condividiamo fortemente… riprendendo quindi vecchie passioni e ricordi che avevo in un angolo di me.

E così condividiamo vecchie e nuove passioni dallo stare all’aria aperta alla cucina e alla convivialità, l’avere ospiti è un rito: prima mi dedicavo alle cene con gli amici, e adesso mi diletto con le merende tra bambini.

Come vede, se vede, integrate, alcune discipline olistiche integrate nella cura del paziente (un po’ quello che faccio io). In generale il massaggio, la posturale, il respiro: ci vede una connessione o trova che siano due cose molto diverse?

Ci vedo una grande connessione. Sono stati condotti degli studi sulla popolazione svedese: le donne svedesi hanno le stesse patologie delle donne italiane, ma con circa 10 anni di latenza.

Perché questo? Perché loro sono un popolo più ricco: essendo più ricchi si curano meglio, fanno più ginnastica, fanno massaggi, fanno la fisioterapia appena hanno un dolore, sono atte